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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 05/08/2012, 16:42 

Iscritto il: 13/07/2011, 7:20
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Cito dal benemerito resoconto, riveduto e corretto dall'autore, del terzo incontro
Cita:
E perché non si può mettere il salario come valore nel prodotto? Se una azienda s’impingua, si arricchisce pur pagando regolarmente ogni costo, come fa ad arricchirsi? Sono tutti sacrifici salariali, in realtà, compreso pure il compenso per l’imprenditore, dunque il contributo di valore del salariato è maggiore del salario stesso (una forma di plus-valore). Allora accade che il salario viene contrattato, e il lavoro diviene una merce.
Ma per Steiner il lavoro non può far parte del mercato, perché lo scontro tra una parte e l’altra (come: capitale e operaio, per es.) è impari. Pertanto il salario va affidato alla sfera giuridica, alla legge, allo Stato! Nella realtà già le cose sono molto così. In tal modo si ridimensionerebbero pure i sindacati, che oggi contrattano, mentre ‘sindacare’ significa controllare.
Non è che si capisca molto, ovvero non ci capisco molto io.
Ad esempio: cosa vuol dire “pur pagando regolarmente ogni costo”? Le aziende di acque minerali, pur pagando regolarmente la concessione, siamo sicuri che paghino regolarmente ogni costo. Siamo sicuri che quella miserrima cifra compensi i costi sociali della loro attività?
Sono poi infiniti i casi di aziende che “pur pagando regolarmente ogni costo” hanno avvelenato terra aria ed acqua http://books.google.it/books?id=8H-xUvojg3oC&pg=PA15&lpg=PA15&dq=%22il+grigio+oltre+le+siepi%22&source=bl&ots=W7xKcamMk2&sig=6hu_ZyKkNTSiGFgi6ecWhxr8Izs&hl=it&sa=X&ei=RHseUI3PFoqP4gSyk4GoAQ&ved=0CHAQ6AEwCA#v=onepage&q=%22il%20grigio%20oltre%20le%20siepi%22&f=false
(andare a pagina 269)
http://www.presidiosanpietro.org/index.asp
Probabilmente se un’azienda si impingua (diciamo, oltre un certo limite) vuol dire che non sono distribuite equamente le ricchezze di tutti, così come se in famiglia qualcuno comincia a ingrassare sempre di più, e qualcun altro a smagrire, sicuramente c’è del patologico, in entrambi loro o in tutti.
Quella che invece capisco benissimo è la teoria del plus-valore, ma non quello che se ne dice: che se il lavoratore contratta (lui direttamente o tramite sindacato) il suo compenso, il suo lavoro diventa merce; se invece è la sfera giuridica a stabilirlo (probabilmente dopo aver pure sentito le “parti sociali”), allora no.
Ci son dei libertari, anche steineriani, che vogliono la separazione dello stato dalla sfera economica e che di triarticolazione hanno (mal)compreso solo la promozione della libertà, ma in un ambito che non le compete. E pertanto vorrebbero la totale abolizione dei contratti collettivi di lavoro, perché ognuno deve essere libero di lavorare anche senza turni di riposo e senza ferie. “Perché io, dicono, che ho un’azienda, non posso dare a chi lo desidera la possibilità di accumulare un gruzzoletto, magari per sposarsi o comprare casa?”
Solo che, come giustamente riportato, lo scontro tra una parte e l’altra è impari. E una volta che si deregolamenta (come purtroppo si sta facendo, aggiungo io) si troverà sempre quello che pur di accetta le peggiori condizioni pur di portare a casa un misero stipendio, a scapito di quello che sognava di accumulare un gruzzoletto.
I sindacati in azienda non possono solo sindacare (ci mettiamo a fare etimologie? per questo occorre essere asceti, cioè fare allenamento, come ci è stato insegnato): la legge non può stabilire il caso singolo, può dire che chi ripone gli scatoloni che escono dalla macchina va inquadrato al secondo livello: ma se quello agisce nel funzionamento della macchina fintantoché l’addetto va a prendersi il caffè o in bagno? Risposta: se lo fa solo non più di tre volte al giorno per la durata di 15 minuti complessivamente, ciò rientra nelle sue mansioni. Già, e se la macchina ha spesso bisogno di manutenzione e l’addetto ricorre regolarmente al suo aiuto? Può il sindacato farsi portavoce di tutti gli addetti al trasporto degli scatoloni e “contrattare” un premio di produzione?
Le mie non sono domande polemiche ma motivate dal desiderio di addentrarsi sempre più profondamente in un ambito affascinante quale la “questione sociale”.
Grazie, anche della pazienza.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 05/08/2012, 17:20 
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Iscritto il: 13/07/2011, 20:31
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Cerco di tradurre la citazione da Bonaiuto in padano piatto piatto.
Cita:
Se una azienda accumula ricchezze, e non bara, per es. frodando il fisco o le regole di sicurezza, quei soldi sono denaro sottratto ai salariati e all'imprenditore stesso. Vuol dire che il salario non paga esattamente il lavoro, per farlo dovrebbe essere superiore, fino a che l'azienda non avesse più quei profitti accumulati. I quali sono dunque un plusvalore.
Per ottenere questo plusvalore l'azienda contratta il salario (con gli operai, coi sindacati ecc.) che in tal modo diviene una merce con un suo prezzo.
Solo che nel determinare questo "prezzo", una parte, l'azienda, è molto più forte dell'altra, gli operai. Perciò non deve esserci, questa contrattazione: essa va sostituita con leggi che fissino quale debba essere il salario. E in realtà oggi proprio questo, in gran parte, avviene, dunque OK. Invece il fatto che i sindacati contrattino fa parte delle distorsioni che riducono il lavoro a merce, e contribuisce al loro mantenimento.

Mi fermo qui, non avendo ora il tempo di rispondere a Lorenzo.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 08/08/2012, 3:47 
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Iscritto il: 12/12/2011, 22:30
Messaggi: 189
secondo RS gli operai dovrebbero essere soci e accettare tutte le sofferenze dell'azienda, non vede altre soluzioni. Se si torna al plusvalore da eliminare si ritorna al perpetuo enigma del bilancio che poi diventa ferro rovente, campo di battaglia, disperato tristissimo appello, e molti magari non accettano un ammortamento, un bilancio preventivo o altri complicate voci.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 08/08/2012, 17:12 
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Iscritto il: 13/07/2011, 20:31
Messaggi: 585
Ho qualche difficoltà di collegamento. Sarò breve.
Steiner scrive/parla in un'epoca in cui il mondo economico era ancora abbastanza chiuso, anche se lui previde che, per così dire, il mondo sarebbe divenuto un unico mercato.
Ora, il mercato di oggi è effettivamente il mondo, solo che può accadere che un regime dittatoriale, o comunque una situazione in cui i lavoratori abbiano poca voce in capitolo (bambini, miseria ecc) porti ad una produzione i cui costi sono bassissimi. In questo caso la moneta cattiva (cioè il lavoro sottopagato > merce a buon mercato) scaccia quella buona (e il cosiddetto commercio equo e solidale vorrebbe appunto tentare di correggere questa situazione).
In breve: sinché esiste sfruttamento da qualche parte è difficile realizzare un'economia sociale corretta.
Naturalmente in molti casi si assisterà ad un lento riequilibrio: il paese povero si arricchisce, aumentano i diritti dei lavoratori e i costi, la concorrenza torna di nuovo possibile (nel frattempo si supplisce con la ricerca, che permette di creare e vendere oggetti che i paesi terzi non hanno). Solo che questo riequilibrio può essere così lento da lasciar avvenire nel frattempo insanabili guasti, fallimenti, chiusure.
Ecco, mi chiedo se le nostre "utopie" tengano abbastanza conto di queste realtà ineludibili.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 20/08/2012, 15:33 

Iscritto il: 13/07/2011, 7:20
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ginogost ha scritto:
Ecco, mi chiedo se le nostre "utopie" tengano abbastanza conto di queste realtà ineludibili.
Sì, ne tengono conto perché le associazioni tra produttori e consumatori dovrebbero ovviare agli squilibri che hai così ben descritto.
Ma anche senza tante associazioni (il cui avvio “può essere così lento da lasciar avvenire nel frattempo insanabili guasti, fallimenti, chiusure”) nessuno impedisce al buon antroposofo/cittadino/uomo cosciente di sé e di dove vive di mantenere desta la coscienza anche nel momento degli acquisti. Se è vero che i prodotti “etici” o “bio” (dubito però che le due cose vadano sempre insieme, soprattutto da quando sono apparsi prodotti bio coltivati in Cina) costano di più, è anche verro che se ne guadagnai in salute propria e dell’ambiente e che ad impossibilia nemo tenetur: almeno il caffè bio-equo e solidale se lo può permettere chiunque.
Oggi la vera scheda elettorale è lo scontrino del supermercato, dove scegliamo di votare per la schiavitù o per un briciolo di libertà, per tutti.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 20/08/2012, 16:33 

Iscritto il: 13/07/2011, 7:20
Messaggi: 159
ginogost ha scritto:
Cerco di tradurre la citazione da Bonaiuto in padano piatto piatto.
Cita:
Se una azienda accumula ricchezze, e non bara, per es. frodando il fisco o le regole di sicurezza, quei soldi sono denaro sottratto ai salariati e all'imprenditore stesso. Vuol dire che il salario non paga esattamente il lavoro, per farlo dovrebbe essere superiore, fino a che l'azienda non avesse più quei profitti accumulati. I quali sono dunque un plusvalore.
Per ottenere questo plusvalore l'azienda contratta il salario (con gli operai, coi sindacati ecc.) che in tal modo diviene una merce con un suo prezzo.
Solo che nel determinare questo "prezzo", una parte, l'azienda, è molto più forte dell'altra, gli operai. Perciò non deve esserci, questa contrattazione: essa va sostituita con leggi che fissino quale debba essere il salario. E in realtà oggi proprio questo, in gran parte, avviene, dunque OK. Invece il fatto che i sindacati contrattino fa parte delle distorsioni che riducono il lavoro a merce, e contribuisce al loro mantenimento.

SUL PLUSVALORE
Ho una falegnameria, entra legno escono mobili, diciamo scaffali-librerie molto semplici per ficcarci i 330 volumi dell'OO. Pago 100 e incasso 120: quel 20 da dove viene? è quanto han messo gli operai e che io non gli riconosco, lo tengo per me.
Ammettiamo che acquisti una nuova rivoluzionaria macchina che sostituisca del tutto i salariati (trattengo solo la mia segretaria, che gratifico con qualche abito su misura, così non sfrutto gli operai cinesi e faccio lavorare una rispettabile sartoria artigianale con lavoranti italiane e slovene). Ci sono solo io, il padrone, che ogni tanto vado a farmi un giro nel capannone deserto tenendo in una mano un grosso sigaro cubano e nell’altra un calice di un grande vino biodinamico.
Continuo a pagare 100 e guadagnare 120 (le macchine costano però non ho più fastidi con malattie, ferie, permessi, gravidanze, infortuni…).
Chi produce il plusvalore?
Non io che sono il padrone, non la mia segretaria (credo), non gli autisti che portano il legno e senza scendere dalla cabina lo introducono nel ciclo produttivo, non gli autisti che allo stesso modo caricano le librerie e le portano ai punti vendita…
Ho trovato: io non pago all’ente fornitore dell’energia che fa funzionare la macchina tutto quanto avrebbe diritto in base a quanto produco!
Mhm…
E questo sarebbe un ragionamento corretto?
E se non lo fosse, perché non lo consideriamo altrettanto balengo se applicato al lavoro umano? (pago al lavoratore 100 ma lui ha prodotto per 120).

SULLA CONTRATTAZIONE, che non dovrebbe esserci, “essa va sostituita con leggi che fissino quale debba essere il salario
Solo che le leggi sono sempre universali e generalissime (altrimenti divengono leggi ad personam), e non possono contemplare il caso singolo, unico, sempre diverso da tutti gli altri.
Ho cercato di dimostrarlo riferendomi al singolo lavoratore, ma anche le aziende hanno tutte le loro specificità.
Vendere gelati in spiaggia o in città non è la stessa cosa. Certo, si dirà, e appunto per questo la legge prevede compensi diversificati.
E vendere gelati in riva al lago? e venderli avendo vicino un baraccone che trasmette musicaccia a tutto volume? o avendo a fianco una friggitoria? o uno spaccio di alcolici sprovvisto di servizi igienici e sedie, e gli ubriachi che vengono a sedersi nelle panchine della gelateria e tocca sempre mandarli via e rischiare la rissa?
Risposta: la legge può prevedere le “situazioni disagevoli”, specificando anche se poco, tanto o tantissimo disagevoli!
Perfetto!
E quando non sono né poco né tanto ma “un tantino”? e chi lo stabilisce?
Insomma, temo che questa cosa di non prevedere la libera contrattazione sia una pura e semplice utopia: all’interno di leggi formalizzate e uguali per tutti ci sarà sempre un margine di autonomia contrattuale. Sta alla coscienza della parte “molto più forte dell'altra” non prevaricare sui diritti della più debole.


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 23/08/2012, 12:50 

Iscritto il: 13/07/2011, 7:20
Messaggi: 159
Sul contributo ricevuto via mail da parte di Gaetano Bonaiuto (sta nella pagina precedente)http://www.antroponordest.altervista.org/viewtopic.php?f=61&t=129&start=10
Purtroppo non ero presente agli incontri di Trieste non ho quindi assistito al dibattito sul
Cita:
punto ostico che consiste in: come e perché un dirigente accade venga retribuito più di un salariato che abbia mansioni semplici.
Non so quanto insistenti e ostinate siano state le domande e quanto potessero essere state esaustive le risposte. Può succedere che uno vada ad una conferenza e poi, approfittando dello spazio offerto al termine dell’esposizione, tenda a monopolizzare il dibattito, come se il pubblico fosse lì convenuto per ascoltare lui e non il relatore. Nel qual caso ci può stare anche una risposta un po’ mordace, che tronca l’importuna disputa e lascia spazio ad altri. Ma, intervenire in un forum antroposofico, dove gli interventi dovrebbero essere almeno un po’ meditati e non frutto di subitanei moti animici, esordendo con l’affermare che la domanda che “è mal posta. Essa maschera dietro una parvenza di etica un banale tranello logico, del tutto fuorviante dal modo di pensiero dell’economia” mi pare poco antroposofico, poco sociale e perfino poco educato.
È vero che poi si prova ad argomentare (vedremo come), pur rinviando “come ho spiegato nell’ultimo incontro”, ma si conclude rinnovando lo stigma “Potremmo discutere all’infinito sull’argomento, ma con i giochetti ‘logici’ si giunge solo a soluzioni grottesche e ridicole”. Non si può dire che il pensiero (o il sentimento?) dell’autore non sia ben manifestato.
Detto questo, e mi sembrava imprescindibile, provo ad entrare nel merito.
si provi a impostare una iniziativa imprenditoriale su queste basi ‘etiche’, se funziona vuol dire che l’idea è giusta, altrimenti….” mi pare troppo equivoco, semplicistico e sbrigativo.
Se mi metto a vendere frigoriferi al Polo Nord, hai voglia ad organizzare l’azienda con criteri etici o meno! ma se vendo gelati biodinamici in spiaggia, e l’altro gelataio è lontano un chilometro, forse l’eticità presente in azienda non incide granché sul suo funzionamento. E comunque, per confrontarsi “continuamente con la realtà”, che io sappia la cosa funziona sì, almeno in molte piccole aziende dove non sussiste differenza di compenso tra il socio che sta in laboratorio e quello che gira a cercare clienti, quello che sta in ufficio e quello che sta in officina. Si dirà: “Ma quelli son soci, mica dipendenti!”
Va bene, ma vi sono anche delle cooperative (vere) nelle quali le differenze di stipendio (o compenso, retribuzione, o… quel che vi pare, l’importante è tenere presente che non si remunera il lavoro[?]) sono davvero minime. Cito il caso di Banca Etica, dove lo stipendio massimo mi pare non possa superare di cinque volte quello minimo.
E, per chiudere sul tema, affermare “se funziona vuol dire che l’idea è giusta, altrimenti….” mi ricorda il “funzionario” della Società Antroposofica che faceva dipendere la bontà di un’intuizione morale dal solo fatto che poi si attuasse o meno: tantissime idee hanno avuto la sfortuna di non trovare chi avesse la tecnica morale o le capacità pratiche di poterle attuare. O anche, una volta attuate, di poterle conservare.
Quando si dice, anzi si scrive, che “Far passare per giusto principio etico una parità di trattamento economico a fronte di differenti contributi di responsabilità alla gestione aziendale, equivale ad affermare che ci deve essere anche parità di pagamenti ai fornitori pur in presenza di loro differenti contributi di materie prime o di servizi all’impresa, oppure che va pagata alle banche la stessa rata di mutuo a fronte di finanziamenti d’importo diverso da loro concessi all’azienda.”, con tutto il rispetto, mi sembra si voglia prendere in giro… soltanto se stessi.
Non credo proprio, infatti, che in Banca Etica il fornitore di maggior “contribuiti di materie prime o di servizi” sia pagato al massimo cinque volte quello che ne fornisce di meno!
Per quanto ne so (e cioè molto poco), mi pare che Rudolf Steiner attribuisse la diversità di compenso al fatto che chi ha maggiori responsabilità deve poter “lavorare con una certa calma” (come dice un medico antroposofico tra i più pagati). L’operaio alla catena può fare le ferie nel chiasso di Rimini ma il dirigente deve poter ritemprarsi in un luogo più tranquillo. Ma conosco ingegneri che si divertono a fare calcoli complicatissimi e che per ritemprarsi gli basta un giro in bicicletta, e persone cui le responsabilità non pesano e neppure le sentono come tali: prendere decisioni anche importanti fa parte del loro essere e li stanca di più un finesettimana di tutto riposo.
Compensi diversi per responsabilità diverse[/i]” suona tanto bene, ma che vuol dire? Obama, con le sue responsabilità, quanto dovrebbe prendere? la guardia giurata alla porta della banca, che ha la “responsabilità” della sicurezza e può decidere addirittura di usare la sua arma merita forse meno del direttore di filiale? e quanto dovrebbe essere retribuito il meccanico che controlla l’aereo?
Con altrettanta legittimità si potrebbe affermare “compensi diversi per abilità diverse”, ma se io dalla sorte ho pur avuto una muscolatura da Maciste o un cervello da Einstein, forse il mio stomaco (come dice Geminilello molto meglio di me) può contenere solo un melone, come quello di un mingherlino o di un sempliciotto. Insomma: i miei bisogni non sono poi così diversi di quelli di chiunque altro. Se proprio dobbiamo scegliere uno slogan, non è forse meglio quello anarchico “da ciascuno secondo le possibilità, a ciascuno secondo i bisogni”?
Non capisco, poi, perché tra le “motivazioni più adeguate[/i]” al fatto che la domanda “circa la differenza di compenso tra l’operaio e il dirigente [… ] rincorrere un falso problema” si assuma la vocazione della sfera economica, cioè la “responsabilità[io ho pensavo la fratellanza], quest’ultima fatta anche di etica ma da riguardare in funzione dell’obiettivo che un progetto economico si è posto e del modo meno dispendioso di energie per raggiungerlo.
E se
Il salario […] non può essere il risultato delle forze del mercato, non appartiene all’economia, in quanto attiene ai bisogni del lavoratore, ai suoi diritti, cioè alla sfera culturale, e può essere ben gestito solo dalla sfera giuridica, la quale dovrà assicurare al lavoratore una vita dignitosa. E’ lo Stato, la legge, quindi, che deve assicurare il rispetto dell’etica per quanto riguarda la dignità del lavoratore. In ambito aziendale, invece, prevalente è la funzione che ognuno svolge in relazione all’obiettivo prefisso.
non capisco perché in ambito culturale non si possa decidere che anche il salariato non debba essere costretto ad andare in ferie a Rimini e lo stipendio di un dirigente non possa superare di due-tre-cinque-sette volte lo stipendio minimo, o addirittura che gli stipendi non debbano essere uguali.
Perché mai porre queste domande sarebbe un falso problema?


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 25/08/2012, 1:09 
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Iscritto il: 13/07/2011, 20:31
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lorenzo ha scritto:
L'inflazione italiana era un "male" interno, e comunque non si era preso nessun impegno di mantenere costante il valore lira/oro come i padroni del mondo avevano fatto con il dollaro.

Non mi pare esatto. Ancora nell'ultimo dopoguerra si poteva leggere nelle nuove banconote in lire la frase "Pagabili a vista al portatore". Ma pagabili con che? La frase significava semplicemente che andando alla Banca d'Italia e consegnando le, poniamo, mille lire la B.d'I. ci avrebbe all'istante consegnato l'equivalente in oro. Lo scandalo della Banca Romana vide appunto l'aver stampato biglietti senza copertura in oro.
Dopo la decisione di Nixon, tutti si adeguarono ben contenti, e l'Italia, che aveva appena ricevuto l'Oscar per la moneta più stabile, precipitò nell'inflazione funzionale ai capoccia dei vari partiti - ora la situazione mica è cambiata, eh! è per questo che siamo al fallimento e a tanto spread.
Pertanto l'impegno del rapporto costante lira/oro c'era, anche se in pratica non ci credeva più nessuno. Poi la crisi petrolifera, cui probabilmente non fu estranea la decisione di Nixon (cioè: a dollaro non convertibile fu opposto un rincaro - in dollari - del petrolio) fece saltare gli equilibri (ed ebbe pure il risultato di dare inizio ad un pensiero più ecologico, in senso lato).

Invito a rileggere l'inizio del secondo Faust di Goethe, quando il re, con la creazione del denaro/banconota (assignat) , scopre quanto sia bello pagare i debiti con carta straccia. Situazione equivalente!


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 25/08/2012, 1:27 
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Iscritto il: 13/07/2011, 20:31
Messaggi: 585
lorenzo ha scritto:
SUL PLUSVALORE
Ho una falegnameria, ... Pago 100 e incasso 120: quel 20 da dove viene? è quanto han messo gli operai e che io non gli riconosco...
Ammettiamo che acquisti una nuova rivoluzionaria macchina che sostituisca del tutto i salariati ...Continuo a pagare 100 e guadagnare 120 (le macchine costano però non ho più fastidi con malattie, ferie, permessi, gravidanze, infortuni…).
Chi produce il plusvalore?...Ho trovato: io non pago all’ente fornitore dell’energia che fa funzionare la macchina tutto quanto avrebbe diritto in base a quanto produco!
Mhm…
E questo sarebbe un ragionamento corretto?
E se non lo fosse, perché non lo consideriamo altrettanto balengo se applicato al lavoro umano? (pago al lavoratore 100 ma lui ha prodotto per 120).

Mi sembra che si dimentichi che l'imprenditore è un creatore e che è pure un uomo, che necessita di sopravvivere. :o
Se il capitale non va remunerato (ma io distinguerei tra prestito, che se produce interesse crea danni, e partecipazione, investimento, che non produce danni, ma ricchezza) allora la produzione dovrebbe attendere che qualche ricco illuminato si muova. Sarebbe un salto indietro nel tempo.
Il problema sarà che il rendimento del capitale può variare da zero (e meno! lo si può perdere) a mille, mentre le necessità dell'imprenditore saranno probabilmente circoscrivibili in un ambito minore, poniamo tra 10 e 20. Come dunque si concilierà questa dicotomia? Vale a dire: se pago la manodopera 100 e incasso 120, 20 sarà la parte per l'imprenditore, non lo vedo come un furto di plusvalore, anche perché tutto il plusvalore nasce, inizia dall'azione dell'investitore. Se però l'imprenditore muore di fame e falisce, mentre i suoi dipendenti vengono pagati al centesimo o quasi, non è questa una perversione creata dal sistema giuridico? E lo stesso si dica, in senso opposto, se l'imprenditore paga 100 e guadagna 1000: lì avrà derubato del plusvalore i suoi operai o invece non avrà depauperato i suoi clienti profittando di qualche stortura del sistema?


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 Oggetto del messaggio: Re: Gaetano Bonaiuto a Trieste - aprile\maggio 2012
Messaggio da leggereInviato: 07/11/2012, 23:24 

Iscritto il: 15/11/2011, 23:35
Messaggi: 5
Per tornare sul tema della retribuzione e delle integrazioni salariali, potrebbe tornare utile leggere http://www.tripartizione.it/articoli/in ... burek.html in cui si ha un esempio concreto di ciò che si è voluto accennare alle conferenze e in altri post. I limiti della soluzione descritta nell'articolo sono evidenti anche all'intervistato stesso, ma quanto realizzato credo sia ugualmente interessante per capire come il tema si presenti nella realtà di una grande azienda.


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